Calmare un bambino con il cellulare gli impedisce di imparare a calmarsi da sé

 Il telefono come “caramella elettronica”: aiuta nell’educazione dei figli?

Ci sono madri e padri che si sentono così incapaci di calmare i propri figli che ricorrono alla “caramella elettronica”: il cellulare. È un modo per dire al bambino: “Crediamo che tu non possa fare altro che prendere la caramella per stare tranquillo. In questo modo ci lasci in pace e ti dimostriamo che non riesci a intrattenerti o a calmarti da solo”.

Il bambino potrebbe rispondere: “Non me lo avete insegnato”. Immaginiamo che questo bambino si chiami Giorgio, abbia 4 anni e vada dal medico per un mal di pancia. Ricordiamo tutti – forse chi ha meno di 25 anni no – che un bambino di un paio di decenni fa prendeva due macchinine per giocarci mentre aspettava che il dottore lo chiamasse.

Sotto il controllo di mamma o papà

La madre, che non aveva il cellulare perché il suo uso era molto raro, lo guardava più o meno attentamente, ma sorrideva ogni volta che il bambino cercava la sua approvazione guardandola. La mamma lodava il gioco, e il bambino continuava a giocare contento. Poi entrava per la visita, e le macchinine finivano nella borsa della madre.

Quest’ultima credeva fermamente nel fatto che il bambino riuscisse a intrattenersi solo perché aveva ricevuto lezioni di “calmarsi da sé” a casa, e se le macchinine lo stancavano tirava fuori un foglio e qualche matita colorata dalla borsa (un po’ come Mary Poppins) e metteva il figlio a disegnare.

Mettere le ali all’immaginazione

Oggi in casa non si insegna ai bambini a fare una serie di cose fondamentali. Non si insegna a Giorgio a giocare, a raccontarsi delle storie. Il bambino di vent’anni fa era capace di raccontarsi un sacco di cose, e in quella conversazione interiore era in grado di darsi degli ordini: “Ora bisogna giocare, e mi piace molto”. E quella conversazione interiore serviva per disegnare delle storie su un foglio bianco.

La madre e il padre all’epoca avevano in casa costruzioni, bambole o libri illustrati che i bambini guardavano e leggevano innumerevoli volte per dare ogni volta una versione nuova al racconto.

Ora il bambino sta a casa e non sa giocare. Non ha imparato.

Questo bambino non gioca: è uno spettatore passivo che senza quelle “caramelle” non sa – permettetemi di essere un po’ crudo – quasi niente.

Che faceva la madre stanca che aveva anche la televisione accesa a tutte le ore quando Giorgio giocava a due anni con dei pupazzetti? Quello che faceva, senza cattive intenzioni, senza rendersene conto, era interrompere un gioco incipiente che con un po’ di sforzo familiare avrebbe potuto portare Giorgio ad amare il Lego.

I benefici del gioco

Il bambino a due anni ancora giocava con quei pupazzetti, ma dopo tante ore di televisione accesa in casa ha abbandonato quelli che gli sembravano dei giochi sciocchi e si è piazzato sul divano davanti alla televisione vedendo che tutto ciò trasmettevano accanto alla madre o anche da solo. E così si è rinunciato ai primi passi del gioco.

Il bambino resta affascinato ma non impara a calmarsi e ad autoregolarsi emotivamente ne ad essere attento senza stimoli visivi

Il tablet non educa – affascina, cattura, e il bambino non impara ad autoregolarsi, tranne nel caso in cui si usi in modo estremamente occasionale con genitori che indicano le app più opportune e imitano il tempo totale trascorso davanti allo schermo a non più di un’ora al giorno dai tre anni. E quando va a mangiare fuori o va dal pediatra, Giorgio sa già che se si annoia la madre tirerà fuori la “caramella”, e i due si immergeranno nei rispettivi cellulari immedesimandosi in un altro mondo.

L’autoregolamentazione del bambino viene rimandata. Le lezioni per Giorgio, che ormai è diventato un notevole consumatore di cellulare, televisione e tablet, risulteranno noiose, e magari risentirà del fatto che la sua capacità di attenzione è crollata. La maestra dirà che magari ha dei disturbi dell’apprendimento, ma non è così. Bisogna semplicemente educarlo.

Sempre che non sia troppo tardi, e più si aspetta più sarà difficile rendere attraenti e motivanti altri stimoli!

 

 

 

 

Autore articolo: D.ssa Maria Perrotta, psicoterapeuta