Ogni insegnante e ogni educatore sa che i fondamenti indispensabili su cui strutturare la relazione educativa sono quelli di una fiducia reciproca che si costruisce giorno per giorno con l’allievo. Lo studente per potersi aprire alla dimensione dell’apprendimento deve essere in grado di aprirsi alla relazione con l’altro, deve sapere che la figura di riferimento è affidabile ed è interessata alla sua crescita globale, una crescita che prenda in considerazione sia l’aspetto cognitivo che quello affettivo ed emotivo.
Quando la dimensione affettiva ed emotiva sono compromesse, quando si è turbati o in preda ad ansie che non si riescono a controllare e a gestire, non si riescono a utilizzare in modo adeguato le funzioni superiori e più evolute.

Questo pensiero ci porta a riflettere sulla dimensione della salute e del benessere. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, per salute si intende “uno stato di totale benessere fisico, mentale e sociale” e non semplicemente “assenza di malattie o infermità”. Noi tutti siamo una specie che ha bisogno di cibo, di cure, di aria e di acqua, ma tutto questo non ci basta: abbiamo bisogno dell’altro per sopravvivere, perché è proprio attraverso la relazione con l’altro che definiamo noi stessi e ciò che siamo.

L’obiettivo della scuola è formativo, ma questa formazione, oggi più che mai, non può essere disgiunta dalla considerazione dell’allievo come essere umano completo in tutte le sue funzioni emotive affettive e cognitive.

Negli ultimi mesi è accaduto qualcosa che ha sconvolto la nostra vita e il nostro modo di pensare, che ci ha portato a fare scelte che non avremmo voluto fare e a modificare il nostro modo di lavorare, di vivere e di approcciarci alla realtà e agli altri.
È accaduto che un virus minuscolo (calcolabile in termini di nanometri) ha messo a rischio la nostra salute. Il problema è che il virus per sopravvivere ha bisogno di una cellula ospite e questo ospite siamo proprio noi: all’improvviso noi siamo diventati un rischio per tutti coloro che ci circondano, e tutti coloro che ci circondano sono diventati un rischio per noi.

Questa situazione ha avuto un impatto molto potente su noi tutti, adulti e bambini. Per i bambini c’è una considerazione dalla quale non possiamo prescindere: il bambino ha bisogno (e lo sa) della presenza dell’adulto per essere accudito, nutrito, educato. Ha bisogno dell’altro per crescere e per sopravvivere. Non solo dei suoi genitori (prima e necessaria fonte di sostegno e sicurezza), ma anche del medico, dell’insegnante, del gelataio, persino del compagno di scuola, ma non lo sa esprimere nel modo in cui noi ci aspetteremmo. Non con le parole. Il bambino vive le esperienze di vita, anche quelle dolorose, in modo molto diverso da noi, che possediamo ormai le competenze cognitive ed emotive per affrontare il trauma in modo abbastanza consapevole. Vi è mai capitato di vedere un bambino a un funerale? Anche se si tratta di una persona cara, potrebbe capitare di vederlo ridere o giocare, nonostante l’impatto che questo lutto può avere su di lui.

Dall’inizio del lockdown a ora, come tutti noi, anche i bambini hanno attraversato una fase iniziale di adattamento, nella quale è stato abbastanza facile fare ricorso alle risorse personali e familiari. Il fatto di non dover andare a scuola è stato vissuto come un gioco, la presenza dell’intera famiglia a casa come una vacanza piacevole. Poi la situazione è cambiata: la fatica ha iniziato a farsi sentire, le risorse si sono assottigliate, la mancanza degli altri (dei compagni, delle maestre) , il non poter uscire, andare al parco, giocare a pallone ha incominciato a diventare una fatica quotidiana.
Si è iniziato a parlare di malattia e di morti, la televisione ha iniziato a mostrare immagini di medici bardati come astronauti e malati con mascherine e flebo (quando non sono stati toccati personalmente dalla morte di una persona cara).
Ora cosa succederà? Non lo sa nessuno. Siamo dipendenti da situazioni che non possiamo controllare, ora meno che mai.

Il bambino ha una modalità diversa di approcciare la realtà rispetto all’adulto. Fino a una certa età infatti non differenzia la sua realtà interiore da quella esterna, ha un pensiero magico e onnipotente che deve abbandonare a poco a poco e le sue strutture cognitive sono ancora in formazione. Sappiamo anche che il bambino ha bisogno dell’adulto per definire la sue certezza. Le risposte di senso, il significato da attribuire alla realtà glielo offre l’adulto di cui si fida. Il modo in cui noi interpretiamo la realtà viene percepito dal bambino, che assorbe molto di più le nostre emozioni rispetto alle parole con le quali le veicoliamo.
Se vogliamo che l’alunno affronti con serenità ed equilibrio le nuove realtà che dovranno affrontare è indispensabile che noi adulti siamo in grado di mantenerci sereni e fiduciosi, altrimenti trasmetteremo inevitabilmente le nostre ansie e le nostre insicurezze.
Il bambino ha adesso e avrà bisogno in futuro di sistematizzare le esperienze che sta facendo, ha bisogno di parlarne, di poterle raccontare, descriverle, disegnarle, ha bisogno di essere ascoltato, e con esse ha necessità di rielaborare il vissuto di malattia e di morte che inevitabilmente sta affrontando in questo periodo.

I bambini si sono trovati ad avere a che fare in questo periodo solo con le figure genitoriali e a perdere il rapporto con i loro coetanei, i loro allenatori, i loro insegnanti. Questo li ha portati a interfacciarsi prevalentemente con i genitori e provoca una nuova e imprevista dipendenza nei loro confronti, la comparsa di regressioni e la perdita di autonomie già conquistate. Può portare anche alla comparsa di tristezze, paure o rabbie come reazione a una situazione stressante che crea loro disagio.
La mancanza della elaborazione corporea, tanto importante per i bambini ma impossibile nella maggior parte delle case dove i bambini hanno vissuto in questo periodo, necessita di essere controbilanciata da attività che portino a rielaborare le ansie e le insicurezze accumulate in questa fase e a momenti in cui la narrazione di sé e l’ascolto degli altri possa avere una valenza curativa e riequilibrante.
I bambini che arriveranno a settembre potrebbero essere dunque più insicuri e più fragili, ma saranno probabilmente i bambini che prima della pandemia avevano meno risorse personali o familiari coloro che ne soffriranno maggiormente e che avranno bisogno di maggiore aiuto. Non solo chi ha problematiche cognitive di qualsiasi genere, il disabile, l’autistico, ma anche gli stranieri, gli immigrati, quelli con situazioni familiari difficili, quelli più poveri. Sono quelli a cui bisognerà fare più attenzione, perché sono coloro che risentirano più degli altri della situzione di difficoltà e il cui divario rispetto agli altri compagni potrebbe aumentare, rendendo il loro isolamento ancora più ampio.

Obiettivo della scuola è permettere a ciascuno di raggiungere il proprio potenziale, di stimolare e non di proteggere dai rischi e dal bisogno di mettersi in gioco: per tutti, non solo per quei bambini che arrivano a scuola con competenze sufficientemente sviluppate o meno bisogno di accompagnamento. Permettere che questi bambini, quelli che ne hanno più bisogno, rimangano indietro, credo sia una perdita per tutti: per loro stessi, ma anche per i loro compagni di classe, per i quali ritengo siano delle vere e proprie risorse, e per gli inseganti stessi.

Credo sia importate iniziare a pensare di poter avviare attività che favoriscano l’inclusione, in modo che tutti gli alunni si sentano in qualche modo responsabilizzati nell’accoglienza dei compagni con maggiori difficoltà. Credo sia necessario favorire le relazioni in un momento in cui il contatto con gli altri sembra secondario rispetto alla necessità della salute fisica, in modi magari alternativi e creativi ma pur sempre efficaci, per non rischiare un impoverimento della classe e in alcuni casi anche un aggravamento delle difficoltà di cui questi bambini sono portatori.
Come sostiene Pellai, “la scuola è palestra di vita, cioè non ha lo scopo di farti sentire protetto in un luogo all’interno del quale non incontrerai nessuna sfida, bensì l’esatto contrario, cioè darti gli strumenti e farti sentire capace di entrare nei luoghi nei quali la vita ti porterà ti metterà davanti sentendo che hai le competenze per farlo”.

La domanda che bisogna porsi quindi è che tipo di scuola si pensa e si vorrebbe realizzare, se la scuola del sapere, del saper fare o del saper essere. Occorre esserne consapevoli ricordandosi che quando ci sono bambini con bisogni speciali occorre educare e allenare anche le abilità trasversali e quelle relazionali, che pur essendo necessarie per affrontare il mondo, alcune volte risultano purtroppo carenti e inadeguate.

Autore: Maria Angela Corrias, Psicologa